Il chitarrista dei chitarristi (Guitar Club 1992)

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Allan Holdsworth Il chitarrista dei chitarristi

Guitar Club, November 1992.

Machine translated version: The Guitarist’s Guitarist (Guitar Club 1992)


Testo di Bill Milkowski

Foto di Roger Balzan

Intervista dagli States

- Èstato nominato il miglior chitarrista solid body vivente. Decine e decine di musicisti tessono le sue lodi. Eddie Van Halen ha detto di lui: "Holdsworth è il migliore nel mio book". Alex Lifeson dei Rush si è pronunciato dicendo: "Qualsiasi chitarrista che capisce qualcosa lo metterebbe in cima alla lista". Larry Coryell lo ha definito "un chitarrista totalmente rivoluzionario", e Neil Schon parlando di Allan ha detto: "se suoni la chitarra e pensi di essere troppo bravo, prova ad ascoltare lui".

Eppure, nonostante tutte queste lodi, fama e fortuna intese ai massimi livelli non hanno raggiunto Allan Holdsworth. È infatti cosa risaputa nel mondo musicale che qualità e popolarità non sempre si danno la mano. Dunque, nel corso degli ultimi 20 anni, attraverso il suo lavoro con i Tempest, i Soft Machine, Tony Williams Lifetime, i Gong, JeanLuc Ponty, Bill Bruford, gli U.K. e in qualità di artista solista, Holdsworth è rimasto un personaggio di culto. Holdsword crebbe nella piccola cittadina tessile di Bradford nello Yorkshire, in Inghilterra. Iniziò a suonare la chitarra all'età di 17 anni e sebbene all'inizio fosse affascinato dal sassofono, divenne molto presto un fan del chitarrista Charlie Christian della Benny Goodman Orchestra.

Emulando il flusso di note legato tipico dei sax, Holdsworth arrivò a presentare uno degli approcci chitarristici più sorprendenti e unici mai visti negli ultimi venti anni. Le sue lunghe dita affusolate gli permettono di estendere la mano in modo incredibile sulla tastiera, suonando nel contempo con potenza quei fraseggi per i quali John Coltrane era tanto noto. Dopo essere stato in tour ed aver inciso con vari importanti gruppi strumentali di rock, Holdsworth mise insieme nel 1980 una sua band: la I.O.U. È da allora uscito con vari album in qualità di leader della band, l'ultimo dei quali si intitola "Warden Clyffe Tower"[sic], su etichetta Restless Records.

Abbiamo intervistato Allan Holdsworth a New York, presso il Bottom Line, dopo una performance con il suo nuovo gruppo formato da quattro elementi: Skuli Sverrisson al basso, Chad Wackerman alla batteria e Steve Hunt alle tastiere.

GUITAR CLUB: Uno dei problemi che hai dovuto affrontare con il passare degli anni è quello della categorizzazione. Sei troppo rock per il jazz e troppo jazz per il rock. Come hai affrontato questo particolare aspetto?

ALLAN HOLDSWORTH: La mia musica non è certamente così commerciale per essere trasmessa da una stazione radio rock. Ei programmatori delle stazioni jazz rimangono perplessi nel sentire così tante chitarre elettriche. Di conseguenza la mia musica non viene trasmessa per radio! In effetti desidero che la mia musica sia un insieme di entrambe le cose, ma invece che attrarre i due diversi tipi di ascoltatori, sembra piuttosto spaventarli e scostarli da me lasciandomi in una specie di terra di nessuno". Ho cercato di evitare questo problema concentrandomi un po' di più sugli ascoltatori di musica jazz. Tantissime stazioni radiofoniche di musica jazz stanno ora trasmettendo musica che, a mio avviso, è molto meno jazzy rispetto alla nostra. Trasmettono cose di tipo funky, molto orecchiabili, che sono praticamente brani pop senza testi. E per me quella musica è noiosa. Non c'è improvvisazione, mentre noi improvvisiamo in ogni brano tutte le notti. E che altro è il jazz se non improvvisazione?

G.C.: Prima suonavi una Gibson SG, poi ti sei messo a suonare chitarre Charvel e più tardi Ibanez. Di recente hai suonato solo con chitarre Steinberger.

A.H.: Si. Trovavo il legno incredibilmente frustrante. Non riuscivo a trovare due chitarre in legno che abbiano lo stesso identico suono. Ma le chitarre Steinberger sono tutte identiche. E ci sono degli aspetti che mi piacciono molto. Non essendo realizzate in legno, il corpo non subisce gli effetti delle variazioni di temperatura, e rimangono sempre accordate. E il fatto delle corde da fissare con i pallini, piuttosto che la solita corda in eccesso sull'estremità o sull'altra è secondo me un gran passo in avanti. La chitarra è rimasta ferma sugli stessi concetti per quasi 30 anni fin dalla creazione della prima Fender Stratocaster. Secondo me Ned Steinberger è stato l'unico a creare qualcosa di nuovo dai tempi della Strat in poi. Ha una mente innovativa e i suoi strumenti funzionano. Il sound è puro e uniforme in tutti i punti del manico. E sotto quel profilo si tratta di una "macchina molto controllabile". La prima chitarra Ibanez che hanno fatto per me, la AH-10 rossa, aveva un sound favoloso. Ma non furono capaci di farne un'altra che avesse un sound lontanamente simile all'originale. Ho altre otto o nove chitarre Ibanez a casa, e per quanto mi riguarda, sono insuonabili perché, a mio avviso, non hanno un buon sound. La prima Ibanez invece è ancora grande.

G.C.: Come hai scoperto la Steinberger?

A.H.: Ne ho vista una al NAMM e ho pensato "Questa cosa non può assolutamente funzionare". Pensai di sembrare ridicolo, ma la presi in mano, decidendo di provarla. La suonai per dieci secondi, e ne ordinai immediatamente una. Non mi sentivo così eccitato davanti a una chitarra dall'età di 20 anni. Fu un caso di amore a primo "tocco"!

G.C.: Di recente impiegavi una Steinberger bianca double neck. A cosa ti servono i due manici?

A.H.: Hanno due accordature diverse. Un manico ha l'accordatura standard e l'altro è accordato in quinte (Do, Sol, Re, La, Mi, dal basso verso l'alto). Ho iniziato a suonare questa double neck in modo da poter continuare a suonare quella musica che avevo scritto sul SynthAxe. Quando suonavo il Synth-Axe passavo da un'accordatura all'altra.

G.C.: Che è successo al Synth-Axe? Un paio d'anni fa giurasti di non fare più tour con una elettrica tradizionale ma solo con il SynthAxe: eppure non l'hai utilizzato in quest'ultimo tour!...

A.H.: In questo momento ho dei problemi con il Synth-Axe perché non riesco a farlo riparare. La società sta vendendo tutti quelli vecchi, ma non stanno andando avanti con il design dello strumento. Non lo aggiornano e non incorporano alcuna delle idee da me suggerite. Dunque per me è diventato come un grande dinosauro. Andavo in tour e mi si rompeva proprio nel bel mezzo, così non ero più in grado di suonare perché nessuno lo sapeva riparare. Lo amo come strumento ma non c'è possibilità, con la mia limitatissima conoscenza dell'elettronica, che io possa ripararlo da solo. Dunque ho cercato di fare delle scelte basate sulla sua scarsa affidabilità, che è il motivo per il quale ho deciso di passare a una Steinberger double neck.

G.C.: La società Synth-Axe si è ritirata dagli affari?

A.H.: No, c'è ancora ma non sta sviluppando ulteriormente lo strumento. Per anni ho desiderato un manico più piccolo in quanto ero convinto che quello fosse un errore di progettazione. Il manico è talmente grosso che è un problema...

G.C.: Che cosa ti è piaciuto inizialmente del Synth-Axe?

A.H.: Mi piaceva l'idea che fosse un synth che non si avvaleva del principio pitch-to-voltage che ritengo abbia dei problemi intrinseci difficili da superare realmente. Ho provato il guitar synth della Roland e non mi è piaciuto perché non riuscivo a suonare come volevo io. Ed io odio essere limitato da una macchina. Il guitar synth della Roland è una macchina veramente disobbediente. Ci vuole molto tempo per decidere che nota hai suonato. Inoltre, le lunghezze d'onda di una nota bassa sono superiori a quelle di una nota alta, di conseguenza tutte le note basse escono molto più lentamente rispetto a quelle alte. Ha tutta una serie di problemi di questo tipo. Ma il Synth-Axe è una cosa a sé stante. È una macchina spettacolare: non fa errori di pitch. Non può farli! Sono state eliminate la manipolazione e l'analisi di frequenza. E una macchina obbediente. Quando la ebbi per la prima volta pensai che fosse stata fatta per me. Ne rimasi sbalordito. Vorrei solo che la mia continuasse a funzionare.

G.C.: Nel tuo ultimo tour con il Synth-Axe avevi incorporato un breath controller. Come funzionava?

A.H.: Sono sempre stato attratto da un breathy sound così iniziai a sperimentare questo breath-controller per cercare di ottenere una maggiore quantità di questo tipo nella mia musica. È un accessorio che esiste da molto tempo. Stevie Wonder e Peter Frampton lo usavano già parecchi anni fa assieme a un congegno che si chiama talking box. É praticamente un pezzetto di tubo di plastica collegato al mio Midi setup. Con il Synth-Axe funziona in modo che lo strumento non produca alcun suono da solo finché io non passo attraverso questo tubicino di plastica. E il suono cambia a seconda del fiato che ci metto, sia in volume che in tono. La voice box di Peter Frampton degli anni '70 dava forma ai suoni. Rendeva i suoni attivi. Tutto quel che devi fare era soffiare nel tuo strumento, proprio come un sassofonista, suppongo. Sono sempre stato un potenziale e frustrato sassofonista. Non avrei mai voluto diventare un chitarrista. Sono diventato un chitarrista perché da giovane mi è stata messa in mano una chitarra ed ho iniziato a strimpellarla, poi è diventata una passione. Ho sempre amato la musica da ragazzo, ma lo strumento che avrei voluto suonare a quell'epoca era uno strumento a fiato di qualsiasi tipo, sia che fosse uno strumento esistente sia che si trattasse di uno strumento di qualche altro pianeta sconosciuto...

G.C.: Durante alcuni tuoi solo più intensi e in particolare quando usi il breath-controller, raggiungi i livelli di ispirazione di un John Coltrane?

A.H.: Lui mi ha grandemente influenzato e continua ad essermi d'ispirazione. Ascolto molto la sua musica assieme alle musiche di Keith Jarrett, Michael Brecker e Pat Metheny. I sassofonisti mi coinvolgono in maniera particolare, ma quando ascolto i suonatori di corno prendo delle idee dai loro concetti armonici. Sembrano essere, rispetto ai chitarristi, più aperti da un punto di vista armonico.

G.C.: Quali altri problemi hai riscontrato riguardo il design del Synth-Axe?

A.H.: Mi sono dovuto abituare alle spaziature dei tasti e alla forma del manico, entrambi totalmente diversi da quelli di una chitarra. Lo spazio tra i tasti è quasi identico lungo tutta la tastiera. Sono leggermente più ravvicinati nella parte più bassa del manico vicino al nut e sono un po' più distanti nella parte alta. Questo, all'inizio, mi ha causato qualche problema. Ero un po' disorientato ma mi ci sono abituato. E a causa della spaziatura differente c'erano alcuni accordi che non potevo suonare sul Synth-Axe. Non ci arrivavo proprio con le dita. Gli accordi che suonavo abitualmente sui due terzi alti di una chitarra regolare diventavano improvvisamente impossibili da suonare sul Synth-Axe. Così avevo suggerito alla società diverse soluzioni per il manico, ma non le hanno mai realizzate.

G.C.: E dunque, ora che hai più o meno riposto il Synth-Axe sulla mensola, ti presenti con un altro design rivoluzionario. Parlaci di questa strana chitarra che hai di recente scoperto.

A.H.: Si tratta di un design Steinberger di base, ma la persona che l'ha costruita è un liutaio di nome Bill DeLap. Si tratta di una chitarra baritono. Ha un range più basso rispetto a una normale chitarra, un po' come la differenza che esiste tra un oboe e un corno inglese o tra un clarinetto e un clarinetto alto. Ho tre chitarre baritono. Due hanno un manico lungo 38 pollici, e cioè circa 4 pollici in più rispetto al manico di un basso elettrico tradizionale. La nota più bassa che ci puoi suonare è un LA.

G.C.: Qual è l'idea che sta dietro queste chitarre baritono?

A.H.: Volevo avere le note più basse, ma volevo anche il sound che solitamente mi piace avere con le mie chitarre. E non volevo cambiare il diametro delle corde o cose del genere perché poi il sound sarebbe cambiato drasticamente. L'unico modo per farlo è assicurarsi che la lunghezza delle corde sia di 25,5 pollici suonando un MI. Poi il resto lo si ricava da lì. Si tratta di una scala piuttosto buffa. Penso che il manico sia effettivamente più lungo rispetto al manico di un upright bass.

G.C.: Parlaci della tua ultima incisione per la Restless Records

A.H.: In effetti è molto frustrante, perché abbiamo inciso questo disco nel mese di giugno dell'anno scorso. Iniziai il lavoro di mixaggio, ma poi non fui in grado di completarlo perché partimmo per un tour. Quando rientrai decisi di rimixarlo perché c'erano un paio di cose che non mi soddisfacevano. C'era una certa inconsistenza sulle basse, dunque rifeci il mixaggio. Ma prima che potessi finirlo, dovetti partire un'altra volta in tour. Ed eccoci qui, un anno dopo... ed il lavoro è stato li ad aspettare tutto questo tempo! Di solito quando lavoro su di un album, chiudo la porta e mi concentro solo sull'incisione e sul mixaggio fino a che non l'ho finito. E non accetto altri impegni. Ma questa volta molte cose mi hanno ostacolato il lavoro. Era una situazione che avrebbe dovuto essere fatta e completata lo scorso anno ma che non è stata fatta. E a questo punto sono già stufo di questa musica perché la ascolto da un anno ed ho altre cose che desidererei registrare. Mi sto in effetti preparando a incidere cose nuove, dunque c'è la possibilità che io esca con due album diversi nell'arco di tempo di sei mesi: cosa abbastanza buffa considerando che sono tre anni che non uscivo!

G.C.: Qual è il titolo del nuovo album?

A.H.: "Warden Clyffe Tower", che è il nome di una torre per il trasferimento di energia costruita da Nicholas Tesla e Warden Clyffe, nel New Jersey. Penso che il nome si scriva in un altro modo, probabilmente Warden Cliff. Ma ho deciso di usare l'Old English spelling perché mi piace di più.

G.C.: Chi suona in questo nuovo disco?

A.H.: Jimmy Johnson al basso, Gary Husband alla batteria in alcuni brani, Chad Wackerman in altri, e Vinnie Colaiuta in un solo brano. Ma ora non vedo l'ora di recarmi in studio e di incidere tutto il nuovo materiale con il mio trio, e cioè con Chad alla batteria e Skuli Sverrisson al basso. Skuli è un bravissimo giovane bassista, proveniente da Iceland, che ho conosciuto lo scorso anno. Sfortunatamente lo incontrai dopo aver inciso il materiale per "Warden Clyffe Tower", altrimenti lo avrei fatto suonare per qualche brano in quell'album. É un gran bassista. Penso che diverrà un mostro

G.C.: Che chitarre hai suonato nell'album?

A.H.: Per la maggior parte una Steinberger regolare e due diverse chitarre baritono: una arriva fino al Si bemolle basso, l'altra fino al DO.

G.C.: Che effetti ti stai portando in tour in questo periodo?

A.H.: Il mio rack include un ADA Stereo Tapped Delay come chorus; un T.C. Electronics Spatial Expander, un Lexicon PCM-41; un Delta Lab DL-4 come eco e delay; un Intellifex, l'ultimo processore della Rocktron. Ho anche un vecchio digital delay Yamaha D-1500; un digital delay Roland e un pedale per il volume Boss SD-200. Uso equalizzatori parametrici T.C. Electronics. Suono in stereo impiegando un paio di amp, generalmente Pearce. Faccio passare tutto attraverso una consolle per il mixaggio Kawai e per un paio di monitor JBL da 12 pollici.

G.C.: Puoi descrivere in linea di massima il tuo concetto per gli assoli?

A.H.: Tendo a sentire lo scorrere delle note che formano un tutt'uno piuttosto che a sentire una nota dopo l'altra. Questo, dall'inizio alla fine.

G.C.: Oltre a sperimentare con il suono ti sei anche spinto oltre i limiti della tecnica chitarristica usando diteggiature strane e lunghissime estensioni della mano sulla tastiera.

A.H.: Una delle cose che scoprii molto presto fu che se suonavo quante più note possibili su una corda, raggiungevo il tipo di sustain che stavo cercando. Dunque mi misi a fare esercizi suonando le scale per ore ed ore, ogni giorno, suonando quattro note su ogni corda fino a che il suono correva come lo sentivo io. E questo mi aprì gli occhi su un nuovo approccio con la chitarra.

G.C.: Ti influenzò qualcuno oppure un insegnante ti aiutò in queste direzione?

A.H.: No. L'unico mio insegnante è stato mio padre, Sam Holdsworth. È stato un grande pianista e mi ha sempre aiutato con gli accordi e le scale. Ma dato che non era un chitarrista, non poteva dirmi come si dovevano eseguire sulla chitarra. E penso che questo sia stato il motivo per cui ho sviluppato una tecnica tanto poco ortodossa. Imparavo le cose dal pianoforte e trovavo un mio modo personale per trasporre quelle cose sulla chitarra. E ho sempre cercato di applicare la logica a tutto ciò che facevo. Osservavo i chitarristi migliori di me a quell'epoca e notai che usavano solo due o tre dita della mano sinistra. E a me parve un'immenso spreco di energia. Mi resi conto che dovevo usare tutte le dita che avevo a disposizione. E fu in quel momento che iniziai a esercitarmi in modo estremamente meticoloso con tutte le dita, facendo attenzione che nessun dito lavorasse di meno. Ho acquistato una grande destrezza per mezzo della costante ripetizione e del costante esercizio. Non sapevo che andava fatto così, mi è semplicemente sembrato logico.

G.C.: Puoi valutare il tuo playing nel corso degli anni? Vedi un miglioramento? -

A.H.: Vedo un miglioramento per quanto riguarda il mio playing, non posso negarlo. Ma ci sono sempre dei problemi da risolvere con lo strumento. Riesci a superare una montagna e die tro ce n'è subito un'altra. È una continua lotta. A volte la cosa diventa un po' frustrante.

G.C.: Vieni molto adulato dai giovani chitarristi che acquistano i tuoi dischi e che arrivano numerosi ai tuoi show. Come prendi il fatto di essere stato nominato un "Dio della Chitarra"?

A.H.: È un'adulazione per molti versi, ma per altri versi non mi piace perché mi fa sentire troppo a disagio suonare davanti a un pubblico di soli chitarristi. Desidero raggiungere la gente normale, non solo i chitarristi. Desidererei piuttosto che la mia musica fosse trasmessa alla radio e venisse ascoltata da un pubblico più folto rispetto alla mera sfera dei chitarristi. Ovviamente un sacco di persone potrebbero non apprezzare la mia musica, ma a qualcuno potrebbe piacere se avesse l'opportunità di ascoltarla. Se non hai mai assaggiato una arancia non puoi sapere se ti piacerà o no. E questo è quello che desidero fare ora. Desidero raggiungere un pubblico nuovo e comunicare con persone che non siano necessariamente dei musicisti. Penso ci sia qualcosa nella mia musica che possa loro piacere. Che la capiscano o meno non ha importanza, a patto che piaccia. Ma raggiungere queste persone richiede una grande spinta promozionale da parte della casa discografica, cosa che fino ad ora non ho mai ricevuto. Dunque vedremo cosa accadrà con questo nuovo disco. Forse la Restless lo spingerà...

G.C.: Che altri progetti hai?

A.H.: Come ho detto. desidero incidere questo nuovo materiale con Chad e Skull. Poi farò un album di puri standard jazzistici con il basso acustico, il piano e la batteria. Andremo semplicemente in studio. suoneremo dei brani, e vedremo cosa riuscirò a fame. I miei amici sono anni che mi chiedono di fare un album di standard. Pensano che se mi metto a suonare dei vecchi brani familiari. potrebbe aiutare la gente a capire cosa faccio. Potrebbe essere vero.

G.C.: Con chi pensi di lavorare per questo progetto di standard?

A.H.: Non sono sicuro circa il basso e la batteria, ma lavorerò senz'altro con il pianista Gordon Beck. Abbiamo lavorato assieme in precedenza, e lui ha una gran familiarità con il repertorio di standard di jazz. Mi ha spedito molte cosette e ora dobbiamo solo scegliere otto o nove brani, andare in studio e suonarli. Immagino che l'intera session non richiederà più di un paio di giomi per l'incisione.

G.C.: Abbiamo sentito dire che avevi intenzione di aprire una tua birreria in America.

A.H.: È una cosa che medito ogniqualvolta mi sento frustrato dalla musica. Ma di solito mi abbatto a causa dell'aspetto commerciale della musica e non per la musica in sé. Non desidero smettere di suonare la chitarra, ma non voglio suonare per vivere. Andare negli stessi luoghi dove hai suonato negli ultimi dieci anni e dover scendere a patti con l'apatia delle case discografiche!... a volte è veramente troppo stressante! Avrei già lasciato perdere il business se avessi saputo fare qualcos'altro. Devo trovare un altro modo per poter mantenere una famiglia. Forse farò una rapina in banca!...

G.C.: Muovi molto velocemente le dita. Forse ti puoi trovare un lavoro come dattilografo...

A.H.: E un'idea!